1802 intervista Dave McKean

Ogniuno di noi ha dei miti: cantanti, politici, guerrieri, artisti o anche calciatori. Spesso sono nomi che ispirano ammirazione e fascino, dipendono dall'eta e dalle situazioni di vita in cui stiamo vivendo, ed è chiaro che il loro status è labile e soprattutto mutabile nel tempo.

Più o meno si sogna di incontrarli, di scoprire i lati nascosti che non emergono da quello che fanno o dalle situazioni in cui li vediamo (alla TV, al Cinema, nei libri) e di rubare loro un pezzo originale della loro esistenza, con una firma, una dedica che per qualche insano motivo ci sembri solo nostra.
E' una cosa comune, niente di strano.
Ma incontrare Dave McKean è stato decisamente più affascinante, per molti motivi.

Facciamo un passo indietro.
Dave McKean è uno degli artisti più eclettici ed espressivi degli ultimi 50 anni, nonchè un pioniere dell'arte digitale (Photoshop in testa). Moltissimi suoi lavori sono considerati dei punti di riferimento per tutta l'industria grafica e il suo marchio è tanto particolare quanto immediatamente riconoscibile. Iniziato all'arte dei fumetti come disegnatore negli anni 80, Dave ha cominciato ad esprimere le sue vere potenzialità con opere importanti come Batman: Arkham Asylum, ma soprattutto per le straordinarie copertine di quella che è probabilmente la serie a fumetti più importante degli anni 90 (anche grazie a Dave): Sandman. Da li in poi l'arte di Dave cresce a dismisura toccando tantissimi campi di applicazione come l'industria musicale con varie copertine di CD (Tori Amos, Michael Nyman), campagne pubblicitarie (Nike e BMW), cortometraggi animati, pittura e partecipazioni di vario genere a film come Blade, Alien 4 e HarryPotter III. Il vulcanico Dave fonda anche una etichetta discografica indipendente e partecipa come sassofonista in un gruppo musicale. Il tutto senza dimenticare la sua prima passione: assieme all'amico Gaiman realizza molte opere anche slegate da Sandman, tra cui le graphic novel Mr. Punch (probabilmente il vero capolavoro dal punto di vista indiscutibilmente personale di chi scrive queste righe) e Violent Cases, nonchè alcuni libri per bambini come I lupi nei muri.
La sua ultima fatica è il film MirrorMask, sui testi di Gaiman e con la collaborazione della Henson Company.

Grazie alla partecipazione dell'assesorato dello sport di Milano, di Mondadori e della Hazard Edizioni, ho potuto incontrare Dave a Milano, alla mostra Narcolepsy che raccoglie una sua retrospettiva (parziale, ovviamente, servirebbe tutto il Louvre per una sua totale offerta).
Ed incontrare un mito è sempre una emozione forte: in particolare una personalità così complessa come Dave, una mente capace di esprimere i propri pensieri in modo così intenso e con così tante forme espressive. Ne sono rimasto affascinato.
Non che ne dubitassi, certo, ma scoprire l'uomo dietro il mito, il vero pensiero dietro la foto che spesso vedevo nei libri, nei siti è stato per alcuni versi interessante, per altri stimolante.
Ho scoperto che Dave è un uomo comune, ha una moglie, delle abitudini, dei pensieri: ma sino ad un certo punto. Il suo punto di vista di tante cose è molto diverso dal comune pensiero, più coraggioso, più attento. Dave non è assolutamente un tipo orgoglioso, ne tantomento appariscente: durante l'intervista l'ho scoperto un po forzato, tanto che lo stare li non era tra le cose gradiva di più. Eppure molti suoi pensieri fanno riflettere: soprattutto il fatto che è estremamente razionale, che come un suo quadro ha un chiaro messaggio in testa e lo sa traspettere senza confusione, anche se condito da miriadi di contorni.
Seducente direi.

Stimolante in quanto trovo che Dave sia un uomo fortunato, perchè è riuscito a trovare una via che gli permette di esprimere quello che sente senza problemi, e nel farlo ne trae anche da vivere, cosa che più di tutto gli da l'opportunità di non soffocarsi con altri impegni ma di concedersi completamente alle sue opere. Non solo.
Dave è fortunato perchè è un uomo che è riuscito a tirare fuori tutto quello che ha dentro ed ad esprimerlo. Nel parlare con lui quello che è emerso è che il suo pensiero è sincero: non perchè abbia raccontato cose particolari, ma perchè ha giustificato molte cose con parole semplici e chiare, perchè la sua voglia di fare è ancora tanta in ogni sua azione, e perchè è una mente che sa pensare, esprimersi, reinventarsi e non porsi dei limiti: cose (molto) rare da trovare assieme al giorno d'oggi.

"L’arte è una sensazione molto intima: ogniuno di noi vede l’arte a modo suo in maniera esclusiva, per cui credo che esistano 6 miliardi di forme d’arte al mondo". Dave è un vulcano di opinioni durante tutta l'intervista, quasi a voler a tutti i costi farci capire quanto è allo stesso tempo complesso e chiaro il suo punto di vista sul mondo e sul modo di fare arte.
E noi ascoltiamo, affascinati da questa personalità così complessa, introspettiva e che sembra mano a mano che lo conosciamo dal vero sempre più figlio di una delle sue opere migliori che il contrario. Lui è Dave Mckean, artista nato il 29 dicembre 1963 a Taplow, Berkshire (Regno Unito). Dopo le prime esperienze come disegnatore di fumetti, Dave incontra Neil Gaiman per il quale produce tutte le copertine dell'opera a fumetti Sandman e altri volumi come “Mr.Punch”, “Coraline” e l'ultimo “The day I swapped my da for two goldfish” (il giorno in cui ho scambiato mio padre per due pesci rossi).

Nel 1998 Dave produce il suo primo romanzo a fumetti in solitario “Cages”. La collaborazione con Gaiman continua sino alla produzione di MirrorMask, il suo primo lungometraggio, nonchè il suo lavoro più complesso dal punto di vista artistico e realizzativo.
Ma l'arte di Dave è un eruzione che spazia in tantissimi settori: ha al suo attivo più di 150 copertine di CD degli artisti più famosi (Tori Amos, Dream Theatre, Alice Cooper, Machine Head), campagne pubblicitarie (Nike, Kodak, British Telecom, BMW Mini), collaborazioni con testate importanti come (New Yorker, Mojo, Playboy, Penthouse e Blur) e la partecipazione allo storyboard di film come "Alien 4", "Blade" e "Harry Potter", nonchè la realizzazione di cortometraggi culto come "The week before" e "Neon". Dave è spesso citato nei libri di grafica come un pioniere dell'arte digitale: il suo uso di estremo di Photoshop e del Macintosh, computer con il quale Dave realizza tutti i suoi lavori, ispira generazioni di utenti e il suo continuo inventarsi, mantenendo comunque uno stile estremamente particolare, lo immortalano come una delle personalità più espressive del nuovo secolo.

Dave, che cosa ne pensi del modo di fare arte digitale?
Penso che la transizione dell'arte da analogica a digitale sia un passaggio fondamentale, quasi una evoluzione, ed ha cambiato ogni aspetto della vita. La capacità di clonare, non di copiare, la capacità di cambiare la sequenza di una immagine o di un suono, in ogni pixel, è estremamente potente. Ad un certo punto, nel futuro, potremo trattare le cellule malate di cancro come dei pixel, e cancellarli.

Credi anche tu che le forme d’arte più eclatanti negli ultimi tempi sono state nei fumetti e nei videogiochi?
Non c’è nulla di male nella diffusione di nuove forme d’arte attraverso media diversi da quelli classici. Quello che importa è che venga diffusa a molte più persone possibili. Inoltre l’uso sempre più frequente del computer per produrre forme d’arte sta inesorabilmente cambiando il mondo: cadono le barriere tra i media e le varie tecniche diventano fluide fra loro offrendo sempre nuovi sviluppi. Internet aiuta moltissimo questo effetto, sarà interessante vedere come si evolverà questo rapporto nel prossimo futuro. Cito una frase di Braianino “I veri artisti del futuro saranno gli addetti alle librerie” per sottolineare che l’aumento delle forme d’arte sarà talmente esponenziale che la loro catalogazione e reperibilità sarà una forma d’arte stessa.

Quanto si appoggia a Photoshop nel suo lavoro?
Photoshop è il programma perfetto per l’arte. Ogni release riesce a produrre funzionalità perfette senza paragoni. Eppure moltissime cose possono aiutare. Il computer da solo non fa nulla, è solamente un valido aiuto per l’artista, soprattutto perché programmi come Photoshop permettono di fare miriadi di prove, per vedere come può cambiare una immagine applicando un filtro o un comando, cosa che nella manualità è ben più difficile. Durante la realizzazione del film MirrorMask sono stato a stretto contatto con gli animatori della Henson Company, e ho potuto scoprire come anche una forma di programmazione (tipo far muovere un pupazzo) possa essere una forma d’arte. Io ci ho provato tantissime volte ma non riesco a programmare nulla che vada oltre il mio clic. Ogni forma di programmazione che ho attuato non mi ha mai soddisfatto, dovendo intervenire ogni volta personalmente, rendendo inutile la programmazione: per questo credo che produrre codice sia un tipo di arte ancora da scoprire.

Credi quindi che cambiando il tuo Mac o Photoshop con altri strumenti concorrenti riusciresti ad esprimerti con la stessa intensità?
No. Sono molto contento di usare un Mac, e anche se alcuni aspetti di Mac OS X sono un po' diverse da quelli che ho sempre usato, tutto è sempre molto semplice: trovo che ci sia ancora da lavorare ma riusciranno a completare tutto nei prossimi anni. Per quanto riguarda Photoshop, penso che sia davvero lo strumento perfetto al momento: ha imparato molto dagli utenti e dai potenziali concorrenti come LivePicture. Con i processori odierni, credo che Photoshop riesca a risolvere brillantemente il suo compito: io non uso molti filtri o plug-ins, perché tendono a rendere l'immagine troppo "plastica", ma, ripeto, credo che Photoshop sia un attrezzo composizionale perfetto.

Ci sono altri strumenti software che usi di solito? E quali pensi che siano i più interessanti?
Uso Freehand per il disegno e seppur senza convinzione, QuarkXPress per gli impaginati, che è divenuto per motivi che non conosco lo standard del mercato. Durante la realizzazione di MirrorMask ho usato tutti i giorni AdobeAfterEffects, che ho scoperto essere un programma estremamente più difficile di Photoshop e dei meravigliosi plug-ins di Sapphire

Quand’è che decidi che un lavoro è finito?
Durante la lavorazione di MirrorMask mi hanno insegnato che la lavorazione di un film è una cosa che coinvolge talmente tanto che non si finisce mai: ad un certo punto la si abbandona. Ma appena possibile ci si ritorna per dei piccoli aggiustamenti del caso. Personalmente, se alla fine della giornata non sono soddisfatto del mio lavoro, lo abbandono per riprenderlo più avanti: se questo non succede allora lo abbandono per sempre. I lavori finiti sono quelli che esprimono almeno una parte dell'idea originaria che avevo in mente. Ciò non toglie che personalmente non lascerei mai un lavoro, lo continuerei all’infinito: quando io e Neil abbiamo realizzato “Copertine”, il volume che raccoglie tutte le copertine di Sandman ho fatto dei ritocchi ad alcune copertine, perché a rivederle dopo del tempo mi sembravano assolutamente orribili.

Parliamo di MirrorMask: che tipo di esperienza hai ricavato nel collaborare ad un lungometraggio così complesso?
Beh, da dove iniziare? E' stata una esperienza incredibile ad ogni livello. Progettazione, scrittura, storyboard solo per cominciare. Ma ho dovuto imparare anche a trattare con gli studi di produzione Americani, occuparmi dei diritti e dei contratti e occuparmi del personale dell'animazione elettronica e degli effetti speciali. Abbiamo installato uno studio e acquistato l'apparecchiatura, esternando i lavori che non potevamo fare all'interno. Non avevo idea di quanti e quali software utilizzare per il rendering. E il tutto prima di realizzare il primo frame del film, che ha di per se una curva di apprendimento enorme. E poi trattare con gli attori, allestire gli scenari con puntelli, attrezzi di sicurezza di tutte le specie. Probabilmente la lezione più grande è stata imparare tutto da solo: considerando soprattutto le mia limitazioni e a volte le mie resistenze. Ma la cosa più importante è stata sopravvivere mentre tutto si svolgeva e cercare di arrivare alla fine. E' stato davvero difficile compiere scelte difficili ogni giorno, senza avere fatto mai nulla del genere prima d'ora, per cui senza sapere quali conseguenze avrebbero conseguito le mie decisioni.

Dopo tanti premi e successo di pubblico, è ancora naturale la tua espressione?
Penso di si. Devo costantemente mantenere un equilibrio tra il lavoro commissionato e quello personale. Anche se ho passato 15 mesi a lavorare a MirrorMask, e ci ho messo molta della mia sensibilità, non lo sento completamente mio. Certamente farò dei libri di qui in avanti che saranno completamente miei: e anche qualsiasi progetto sui film che sto sviluppando ora è più personale, e in un certo senso lo sento naturale per me, parte del mio gusto.

Cosa consigli ai ragazzi che cominciano a studiare Photoshop e ti considerano un punto di riferimento?
Ti ingrazio, ma credo davvero che Photoshop sia una esperienza che realizzi molto, tanto quanto creare su un pezzo di carta, Incoraggerei chiunque a provare di tutto, qualcosa di nuovo ogni giorno, fare delle scansioni di tutto e pensare come i vari elementi possono lavorare insieme. Puoi stupirti e creare un tuo stile personale di immagini.

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